Pablo Neruda

•08/02/2012 • Leave a Comment

 Sei como caçar os moscardos sem fazer-lhes dano, com um lenço. Mantenho-os presos por um momento e os aproxímo dos meus ouvidos. Que zumbido magnífico! Que solidão a de um pequeno menino poeta, vestido de negro, na fronteira espaçosa e terrível.

Não havia lua mas as estrelas pareciam recém molhadas pela chuva e, sobre o sono cego de todos os outros, somente para mim cintilavam no regaço do céu.

Em mim a lembrança continua vívida como no fundo transparente do lago dos sonhos.

                                                                                                                      Confesso que vivi

Buoni motivi per tornare in Cile

•07/02/2012 • 1 Comment

Santiago, la capitale del Cile, fu fondata nel 1541 dallo spagnolo Valdivia nella pianeggiante Valle Central. A nord-est la colossale Cordillera delle Ande incombe sul panomarama urbano con cime sempre meno innevate. Quasi sei milioni di abitanti percorrono quotidianamente la griglia di strade di impostazione coloniale, coi palazzi antichi bianchissimi disposti attorno alla squadrata Plaza de Armas. Il successo economico cileno si rivela nei grattacieli, nei molti cantieri e nei mezzi di trasporto efficienti. Eppure ci sono barboni per le strade, più una sterminata schiera di cani randagi che dormono beati e pacifici in mezzo al via vai.

Esistono almeno due luoghi speciali che invogliano a tornare chi ha appena lasciato questo paese, lontano e striminzito. Il primo é la casa museo di Pablo Neruda a Santiago, la capitale. La Chascona la battezzó, in onore della donna per la quale l’ aveva costruita in segreto, Matilde dai folti capelli. Chasca infatti in lingua indigena vuol dir capelli. Una relazione inizialmente clandestina aveva bisogno di un nido discreto e apartato, ai piedi del Cerro San Cristobal e attaccatta allo zoo cittadino. Allora angolo selvaggio e fuori mano, oggi il quartiere Bella Vista é gettonatissimo tra studenti e collettivi artistici. I localini disputano clienti a colpi di cheviche e vino nel cuore bohemio della cittá, le cui vibrazioni Neruda percepí prima che diventasse famoso. La casa trasuda poesia in ogni dettaglio. Gli oggetti d’ arte provenienti da ogni parte del mondo rivelano l’ eccentricitá ed originalitá dello scrittore che fu anche console del Cile. Nella biblioteca privata un enigmatico ritratto di un’ anziana dal volto arcigno. Il poeta non la conosceva, diceva di usarlo come sprono ad una lettura concentrata, per non guardarsi troppo attorno.

L’ altro angolo indimenticabile é Valparaiso, cittá portuale che ricorda vagamente Genova. Casette su casette, colorate e impilate sulle colline rivolte alla baia. Questa é Valpo, come viene chiamata affettuosamente dai suoi abitanti. Per salire si usano ascensori antiquati e pittoreschi, scatole di legno tirate su da un cavo, oppure si affrontano faticose scalinate. Sul porto, oltre ai vicoli stile carruggi, l’ imponente Palazzo della Marina cilena. Da qui fu diretta la vittoriosa guerra navale contro Perú e Bolivia per il controllo del salnitro dell’ Atacama. Per la prima volta sulla sponda occidentale del continente latino americano, abbraccio con gli occhi l’ azzurro Pacifico.

Interminabile semaforo

•01/02/2012 • Leave a Comment

Sotto casa mia passano due trafficati viali e sl loro incrocio sta uno dei semaforo piú lenti che conosca. Ci mette interminabili minuti a cambiare e sono in molti ad approfittarne. Venditori ambulanti di cicche, noccioline, fiori o ciliegie. Equilibristi con birilli, clown, bambini che chiedono qualche spicciolo. Ragazze distribuiscono micro quotidiani gratuiti che subito diventano spazzatura sporcando le strade.

Stamattina ero ferma in macchina ad aspettare l’ agognato verde quando mi viene presentato un nuovo intrattenimento. Ballerini vestiti in stile cowboy si dispongono in fila sulle strisce. Camicia a quadrettoni e gilet di cuoio. Al via inscenano una danza con gli stivali battuti a ritmo, giravolta e lancio finale del cappello. Pubblicizzano una telenovela presto in onda. Terrá inchiodati allo schermo milioni di brasiliani, come tutti noi a quel semaforo.

CALEIDOSCOPIO

•01/02/2012 • Leave a Comment

I ricordi, o meglio, i frammenti di immagini che turbinano nella mia mente, si intersecano a cascata. E’ come se usassi un caleidoscopio per fissare lo sguardo indietro nel tempo.

Imparando l’ italiano

•01/02/2012 • Leave a Comment

Racconto vincitore della Menzione Speciale della Giuria

Concorso Itaca, Bologna 2011

“Migranti e viaggiatori: qual è la nostra casa”

Io e la mamma occupavamo la prima stanza del corridoio, con vista sui binari della Stazione Centrale. Non era una reggia, ma in compenso alcune sere mangiavamo il buon cibo che le coinquiline coreane preparavano. In termini pratici, il vantaggio era la prossimità ad una scuola elementare, dove ci accolse  il Preside per analizzare il nostro caso.

Mia madre gli spiegò che avevo iniziato l’anno scolastico prima in Brasile e poi a Roma e che capivo bene l’italiano. E comunque ero sveglia, aggiunse, avrei imparato in fretta.

Mi guardò benevolo, ma non poteva dirsi soddisfatto dalle sue rassicurazioni. Decise di propormi una breve prova.

-Senti, Amanda. Facciamo così, iniziamo con i numeri. Da uno a venti! Così vediamo a che punto sei.

-Sì.. Uno, due, tre..

Tutto andò liscio fino all’ impronunciabile quattordici. Incespicai e mi bloccai.

Ecco, pensai, ora è tutto finito. Quest’ uomo mi riterrà una povera stolta, incapace persino di imparare una banalità come i numeri, inadatta all’ apprendimento e finiranno per mandarci via dall’Italia.

-Quatordici! Sì, quatordici, quindici, sedici…

Nessuno mi fermò più e salvai me e la mamma da un rimpatrio forzato con l’accusa infamante di ignoranza grave.

Giunse il momento di iniziare alla nuova scuola: mi venne presentato lo squadrato taglio di capelli nerissimi della maestra d’italiano De Nigris. Era una donna elegante, ma di una durezza nello sguardo che mi raggelò all’istante.

Ricordo la prima lezione, quando sentii dire a un interrogato:

-Il= articolo determinativo maschile singolare; gatto= nome comune di cosa maschile singolare; è = predicato verbale…

Rimasi a bocca aperta! Cos’era quello? Un codice complessisimo? Un enigma, sicuramente! Subito però mi scoraggiai pensando al fatto che ci avrei messo moltissimo prima di riuscire a fare lo stesso del bambino coi dentoni.

-Questa è l’analisi grammaticale, Amanda -mi spiegò glaciale la cara donna- Alla tua scuola facevate qualcosa di simile?

-No..

-Beh, imparerai presto- concluse categorica.

La maestra De Nigris, come a rendere vera la sua previsione, mi interpellava ed incalzava in continuazione.

Progressivamente però conquistai la lingua e, parlando italiano, mi sentii invogliata e autorizzata a farmi la mia prima amica. Questa fu Marzia.

La ricordo sempre in fuseaux di cotone multicolore, intenta a piroettare o a cadere per terra, insomma in una qualche attività fatta al massimo dell’energia, che le faceva avere sempre i capelli sudati sulla nuca. In cortile giocavamo fino allo sfinimento, rincorrendoci tra gli alberi dei quattro cantoni, urlando eccitate. Alla fine della ricreazione ci prendevamo la mano nella fila per tornare in classe.  Finchè una volta mi invitò ad andare da lei dopo la scuola, a vederci un film.

In quel ritaglio di tempo, sul tappetto del salotto di Marzia, lei in fuseaux, noi due con le gambe all’aria lanciandoci addosso popcorn, dimenticai tutte le peculiarità della mia vita. Mi sentii sollevata da un respiro di spensieratezza, sentendo che non tutto ciò che era bello era rimasto in Brasile, lontano da me. Marzia era lì, vicina, la mia nuova casa.

2011 in review

•04/01/2012 • Leave a Comment

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A San Francisco cable car holds 60 people. This blog was viewed about 1,900 times in 2011. If it were a cable car, it would take about 32 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

Fiori

•12/04/2011 • 1 Comment

Sebastopoli nel mese di dicembre (1855)

•31/03/2011 • Leave a Comment

L’aurora comincia appena a colorare il cielo sopra l’orizzonte di monte Sapùn; la superficie blu scuro del mare si è già scrollata di dosso il buio e aspetta il primo raggio per far scintillare i suoi allegri luccichii; dalla baia arrivano freddo e nebbia; non c’è neve: tutto è nero ma il freddo tagliente del mattino afferra il viso e scricchiola sotto i piedi, e soltanto il lontano, implacabile sciabordio del mare, interrotto di tanto in tanto dagli spari che eccheggiano a Sebastopoli, infrange il silenzio del mattino.

Lev Tolstòj

Il lato ombra

•21/03/2011 • Leave a Comment

 

Non cercare di distruggere i tuoi demoni; trascendili.

Rodtchenko e il mio sabato

•18/03/2011 • 1 Comment

L’entrata alla Pinacoteca il sabato è gratuita e ne approffito per vedere la mostra di un fotografo russo. Gli anni ‘20, l’Unione Sovietica in bianco e nero attraverso gli occhi costruttivisti di Rodchenko. Quando esco mi diriggo al vicino quartiere Bom Retiro, area commerciale di tessuti e vestiti che richiama persone dal Brasile intero per fare acquisti. Originariamente la regione fu popolata e abitata da ebrei dell’europa orientale, che vi costruirono nel 1912 la prima sinagoga della città. Il quartiere arriverà nel tempo a contare ben dieci sinagoghe. Oggi però a dominare sono i coreani, che laboriosamente si sono infiltrati nelle fitte maglie della distribuzione di abbigliamento all’ingrosso. Ma persistono ricordi del tempo passato, come la Casa Bulgara, fondata nel 1975 da Lona Levi, appena giunta in Brasile. La sua specialità è la bureka, un tortino di pasta sfoglia e ripieno di formaggio, accompagnato da una salsa di peperoni verdi. Costa appena 2 reais, 90 centesimi di euro l’una. Per concludere la mia immersione in questo mondo slavofilo niente meglio di uno strudel di mele.

 
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